A Lampedusa fischia il vento

A Lampedusa fischia il vento

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Là su quel molo nei giorni di maggio c’erano uomini donne e bambin all’emergenza gridan gli assassini perchè son vivi e non in fondo al mar In questo mare si muore a migliaia abbandonati nell’indifferenza a lampedusa si fa la resistenza è benvenuta l’intera umanita’ Le nostre navi ci avete bloccato salvare vite non è un reato il ricco vola sulla frontiera mentre il povero soffre in galera Sian maledetti i governi assassini e chi fa patti con quegli aguzzini che rinchiudon nel filo spinato chi nell’europa c’aveva sperato Le terre ai popoli hanno depredato non il progresso, la fame han portato le armi son libere di circolare l’umanità … scompare in questo mare Questi martiri delle frontiere diventeranno le nostre bandiere dentro i pugni portiam la memoria sono i popoli a scriver la storia
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Questa è la presentazione del canto scritta dall'autrice e dagli autori del testo, che rappresentano anche la fonte diretta del canto stesso che ha come base musicale il canto partigiano Fischia il vento:

«Fischia il Vento» nasce dalle parole del giovane dottore di Porto Maurizio, Felice Cascione (1918-1944) – detto “’U Megu”, il medico – e dal riadattamento della melodia sovietica Katjuša. Felice costituì la prima formazione partigiana del Ponente ligure, e le note della canzone divennero coro comune per tutte le partigiane e tutti i partigiani. Al solo sentirla intonare, si racconta, i nazifascisti impazzivano. Un’arma etica, prima che materiale, in grado di raccogliere e riunire, di dettare – nel ritmo delle parole – il senso del principio di un agire politico da applicare e onorare, financo con la propria vita, indefessamente. “U Megu” aveva scelto di salvare la vita di un fascista ferito – il giovane milite Michele Dogliotti – durante l’azione partigiana. Spiegava ai compagni, “U Megu”, d’aver studiato vent’anni per salvare la vita delle persone e che sarebbe stato giusto curarlo e tenerlo con loro per spiegargli, fargli capire, accompagnarlo in un percorso. E dunque, presta soccorso, divide con lui il poco cibo e il riparo dalle intemperie per un mese. Quello stesso fascista, riuscito a scappare, avvertirà alcune centinaia di nazifascisti che assalteranno i rifugi nella zona di Ormea. Il 27 gennaio 1944 muore Felice Cascione, crivellato di colpi.
Quella stabilità e quell’ordine che l’Europa aveva tanto ricercato, e che pareva aver guadagnato, si incrina, e si spezza nel diniego del diritto ai diritti di chi è oppresso o oppressa.
A maggio 2021, come in quasi tutti i giorni di tutti i mesi di tutti gli ultimi 30 anni, a Lampedusa approdano migliaia di persone partite dalla Libia e dalla Tunisia. Persone finalmente salve dopo le torture subite in Libia, o dopo il pericoloso ed estenuante viaggio attraverso il Mediterraneo.
In quei giorni, si era insieme sul molo Favaloro. Donne, uomini e bambini si riparavano tra l’immondizia. Nella notte, la coperta termica offriva calore, il pomeriggio un riparo abbagliante dal cocente sole. Un giocattolo dona il sorriso ad un bambino, che ricambia con la meraviglia di un abbraccio. Una bambina balla, danza, ride, non appena i suoi piedini toccano la stabilità del suolo.
E, dunque, riguardiamo a “U Megu”, per cantare gli incontri e i racconti di vite sopravvissute e il ricordo di chi non è più, ma che c’è ancora nei nostri inni e trame. Per raccogliere le loro biografia, e testimoniarne la continuità, la presenza, la capacità di poter rompere il filo spinato della frontiera.
Usiamo questa melodia di resistenza per raccontare quello che è successo alle persone che in quelle notti ed in quei giorni hanno attraversato il mare, dormito al molo e fuori dall’hotspot. Hanno aspettato giorni prima di essere trasferiti sulle cosiddette navi quarantena dove dovranno attendere, ancora, al largo delle coste italiane prima di poter mettere piede in terraferma. Cantiamo il loro coraggio e la rabbia verso chi vuole far credere che l’emergenza siano loro, i vivi che raggiungono l’isola, e non le persone imprigionate, decedute o disperse lungo il cammino per arrivarci.

Fischiava il vento la notte a Lampedusa, tra le coperte e l’odore acre di umanità e benzina.

Ed al fischio di questo vento, non ci sarà governo che non impazzirà.

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