Anno vi scrissi, amici, dal baratro infernale, facendovi conoscere che Tiburzi stava male. Sarà quindici giorni San Pietro co' un sorriso, mi disse: Caro Tiburzi, venite in Paradiso. Credevo di star bene o almen discretamente: credete a me, che il povero non gode proprio niente. Essere onesti e poveri nel mondo no! non vale: si nasce in un tugurio, si muore allo spedale. E mentre un signoraccolo nasce tra dei coltroni, si gode a più non posso in barba dei minchioni. Chi ricco fu nel mondo di qua trova ircetto, tutti gli voglion bene, da tutti vien protetto. Chi chiede la limosina vien messo in un cantone, acclamano quel ricco che lo rubò un milione. Chi col sangue dei poveri empì le proprie casse, è ammesso al Paradiso senza pagar le tasse. Seguii il mio caro Pietro giulivo e baldanzoso: a guardia della porta trovai un cipicchioso. Mi venne il batticuore mi cadde un luccicone; appena ci fu aperto entrammo in un salone. Un uom con grand'occhiali mi guardò tetro in viso; sentite, amici cari, che cosa è il Paradiso. In primis et ante omnia vi debbo rammentare che i poveri coi ricchi non posson conversare. Si sta tutti a buglione dai grandi ai più piccini, vi sono di tutte razze compresi i contadini. Si pratican soltanto i ricchi con i santi, i preti e i beati sono sempre coi regnanti. Vi son tante beate e queste tutte astute, che fanno gran baldoria con preti e prostitute. Si vede monachelle con certi frataccioni, scherzar senza riguardo dandosi sculaccioni. Un branco di bambini in cuffia e bavaiola, che hanno quasi tutti sempre la cacaiola. Credete, amici cari, si sta meglio in galera dal puzzo solamente si muore di colera.
Fonte: Moscati Dodi, LP La miseria l'è un gran malanno, Cetra Folk LPP 265, 1974
Informazioni: Canto ispirata dalla figura di Domenico Tiburzi, il più celebre brigante della Tuscia e della Maremma, che nacque a Cellere (VT) il 28 maggio 1836 e morì, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri, il 23 ottobre 1896. Rimase latitante per ben 26 anni.(Francesca Prato)