Quando, nel cercare di farsi capire, vide la gente voltarsi come se non dovesse capirlo più; quando lo legarono alla barella, ch'era caduto in catena gridando: «Basta, basta, per carità!»; lui s'accorse, tutt'a un tratto, d'esser diventato matto, che una porta gli si apriva e la mente gli fuggiva. Quando vide le facce dei dottori chinate a fargli domande ch'eran parole vuote d'un'altra realtà; quando lo calmarono con le scosse perché gridava e piangeva: «Rivoglio i miei vestiti, la libertà»; lui s'accorse tutt'a un tratto che significa esser matto: sentì chiudere un cancello ed insieme il suo cervello. Quando cominciaron le prime botte perché provava a scappare, per la paura e il dolore non provò più: quando sistemarono il suo cervello come una vecchia rotella buona per obbedire e dire sì; lui sentì che la sua rabbia s'annegava nella sabbia, perché al posto del cervello c'era un numero d'appello. Oggi oramai non piange, né sorride, né pensa, né può pensare, è ormai un bravo internato sterilizzato e s'accorge solamente d'esser privo della mente perché al posto del cervello ci sta un numero d'appello.
Fonte: Nebbiosi Gianni, E ti chiamaron matta, Edizioni del gallo, 1972